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Don Pietro Zago dal Pakistan

Devoti a Maria
21/03/2015

Ciao Don Pietro,
E’ un po’ che volevo scriverle per sapere come va, ma stamattina ho appreso del terribile attentato alle due chiese di Lahore.
Sono molto preoccupato. Come sta? Il luogo dove sono accaduti gli attentati sono lontani dal suo centro? Anche voi siete a rischio?
Ho letto che la folla inferocita ha poi aggredito e ucciso due persone ritenute complici dell’attentato e questo ha aggiunto il male al male.
Proprio questo venerdì ho pregato per lei e per i suoi fratelli, perché Papa Francesco ha indetto per il 13 marzo le “24 ore per il Signore”. 
Un abbraccio nel Signore e mi faccia sapere,
Paolo


Carissimo Paolo grazie del contatto.
Si, abbiamo bisogno di preghiere non solo per la nostra sicurezza ma in particolare affinche' la violenza subita non diventi a sua volta crudele vendetta,come purtroppo lo sta diventando per alcuni gruppi di giovani.
Ti invio in allegato una breve descrizione o narrativa dei fatti che ho preparato come risposta a familiari ed amici che chiedono notizie.
Continuate a pregare come i nostri giovani studenti lo stanno facendo.
Auguro a te, famiglia e membri del gruppo una quaresima ricca di Spirito Santo.
Tuo amico don Peter

 
Bombe contro i cristiani, 2 attentati in Pakistan
Le esplosioni durante la messa a Lahore.
Il bilancio è di almeno 16 morti e 78 feriti
15.3.2015
I talebani pachistani di “Jamaat ul Ahrar” (JuA) hanno rivendicato i due attentati contro due chiese cristiane (di cui una cattolica, la nostra) avvenuti oggi a Lahore durante la celebrazione della messa domenicale. Noi salesiani abbiamo la scuola tecnica a circa duecento metri di distanza. Due dei nostri studenti sono stati feriti mentre, passando nel momento dell’esplosione davanti alla parrocchia cattolica, stavano tornando a casa dalla nostra stessa cappella dove avevano appena finito la celebrazione della quarta domenica di Quaresima da me celebrata.
I morti, secondo un bilancio provvisorio, sono saliti a 16 e i feriti circa un ottantina  di cui molti gravissimi.  
Il portavoce di Jua, Ihsanullah Ihsan, ha fatto sapere che gli attacchi continueranno «fino a quando la sharia non sarà imposta nel Paese”. La Sharia e’ l’interpretazione piu rigida del Corano che incita alla guerra santa  chiamata “Jihad”
Testimoni hanno riferito che la rapida azione di una guardia di sicurezza ha impedito che il bilancio fosse più alto. Le esplosioni sono avvenute in un quartiere chiamato “Yuhannabad” (Citta di Giovanni) a maggioranza cristiana e si sono succedute a pochi minuti di distanza. 
Un testimone, Amir Masih, ci ha raccontato:
«Ero seduto in un negozio vicino alla chiesa, quando un’esplosione ha scosso la zona. Mi sono precipitato sul posto e ho visto una guardia di sicurezza lottare con un uomo che stava cercando di entrare nella chiesa. Dopo che non è riuscito nel suo intento, si è lasciato esplodere» «Ho visto parti del suo corpo volare in aria», ha detto l’uomo, aggiungendo che anche la guardia è morta. Si venne poi a sapere che le guardie uccise erano due. Che Appena saputa la notizia dell’attacco ho inviato due dei nostri maestri sul luogo. Venuti a conoscenza di due nostri studenti feriti (di cui sopra) li hanno accompagnati nell’ospedale. Niente di grave.
Invece nelle immagini televisive che sono apparse lungo tutto il pomeriggio abbiamo riconosciuto alcuni genitori dei nostri studenti che si abbracciavano e piangevano, alcuni accompagnando uno dei loro famigliari steso sulla barella verso le tante ambulanze che arrivavano una di seguito all’altra sul piazzale della chiesa. Poi immagini sempre piu’ crude di pezzi di corpo sparsi ovunque. L’attacco e’ avvenuto durante l’offertorio. Per fortuna le due guardie al portone sono riuscite a fermare il kamikaze e quindi l’esplosione e’ avvenuta solo all’entrata della chiesa che era zeppa.  Pensate alla carneficina se fosse riuscito a farsi esplodere in mezzo ai fedeli! Noi queste due guardie le consideriamo eroi perche hanno dato la vita per inpedire una mattanza ancora peggiore.
Quanto e’ avvenuto rimane comunque per tutti noi impegnati nell’educazione nelle nostre scuole cristiane in Pakistan un monito che presto o tardi potremmo facilmente essere nuove vittime di tali barbarita’... da Peshawar a Youhannabad. Oggi, 16 di Marzo, per noi Cristiani giorno di lutto, di preghiera e di dimostrazioni pacifiche. Sempre piu’, in questa repubblica Islamica, la nostra sicurezza rimane nelle mani di Dio che tutto vede e che a tutto provvede.
In Don Bosco,
Don Pietro
 
NB: Aggiungo ora, il giorno dopo, che purtroppo le dimostrazioni non sono state pacifiche e che dopo il funerale sono scoppiate da parte di gruppi di giovani emozionalmente carichi, violenze selvagge lungo le strade che il governo ha faticato a spegnere con forze speciali military di Rangers.  

 







Notiziario di Suor Emmanuel del 15 09 2014

Devoti a Maria
16/09/2014

Qui trovi l'ultimo notiziario di Suor Emmanuel














La testimonianza di Silvia, la ragazza che abbiamo

Devoti a Maria


Per leggere la testimonianza di Silvia, clicca qui

Maria Pia Pacioni: guarita a Medjugorje

Devoti a Maria
09/06/2014

 Leggi qui (clicca)la storia di Maria Pia












"La grande storia della Bibbia. Dalla creazione a

Devoti a Maria
01/02/2014

Qui la recensione di Paolo del libro "La grande storia della Bibbia. Dalla creazione a Mosè" di Sandro Mayer e Osvaldo Orlandini

"Il prodigio che è in te" di Chiara Amirante

Devoti a Maria
01/02/2014

Qui la recensione di Laura del libro "Il prodigio che è in te" di Chiara Amirante


Natale 2013: il nostro aiuto per i Cristiani del P

Devoti a Maria


Qui (sezione "in evidenza") ogni dettaglio del nostro aiuto per i Cristiani del Pakistan

Il tuo Santo per l'anno 2014

Devoti a Maria


Scegli anche tu il tuo Santo per l'anno 2014!

















Papa Francesco scrive a Repubblica

Devoti a Maria
11/09/2013

Papa Francesco scrive a Repubblica:
"Dialogo aperto con i non credenti"

Il Pontefice risponde alle domande che gli aveva posto Scalfari su fede e laicità. "E' venuto il tempo di fare un tratto di strada insieme". "Dio perdona chi segue la propria coscienza"
di FRANCESCO

PREGIATISSIMO Dottor Scalfari, è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con una serie di sue personali riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 agosto.

La ringrazio, innanzi tutto, per l'attenzione con cui ha voluto leggere l'Enciclica Lumen fidei. Essa, infatti, nell'intenzione del mio amato Predecessore, Benedetto XVI, che l'ha concepita e in larga misura redatta, e dal quale, con gratitudine, l'ho ereditata, è diretta non solo a confermare nella fede in Gesù Cristo coloro che in essa già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce "un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth".

Mi pare dunque sia senz'altro positivo, non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù. Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo.

Esso, del resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio.


La prima circostanza - come si richiama nelle pagine iniziali dell'Enciclica - deriva dal fatto che, lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell'uomo sin dall'inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d'ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d'impronta illuminista, dall'altra, si è giunti all'incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro.

La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce della fede, deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell'esistenza del credente: ne è invece un'espressione intima e indispensabile. Mi permetta di citarLe in proposito un'affermazione a mio avviso molto importante dell'Enciclica: poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell'amore - vi si sottolinea - "risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l'altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti" (n. 34). È questo lo spirito che anima le parole che le scrivo.

La fede, per me, è nata dall'incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l'accesso all'intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa - mi creda - non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell'immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d'argilla della nostra umanità.

Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell'ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.
Mi perdoni se non seguo passo passo le argomentazioni da Lei proposte nell'editoriale del 7 luglio. Mi sembra più fruttuoso - o se non altro mi è più congeniale - andare in certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro neppure nella modalità espositiva seguita dall'Enciclica, in cui Lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all'esperienza storica di Gesù di Nazareth.

Osservo soltanto, per cominciare, che un'analisi del genere non è secondaria. Si tratta infatti, seguendo del resto la logica che guida lo snodarsi dell'Enciclica, di fermare l'attenzione sul significato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per noi. Le Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell'Enciclica, sono costruiti, infatti, sul solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Nazareth giunto al suo culmine risolutivo nella pasqua di morte e risurrezione.

Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo "scandalo" che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria "autorità": una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è "exousia", che alla lettera rimanda a ciò che "proviene dall'essere" che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire - egli stesso lo dice - dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa "autorità" perché egli la spenda a favore degli uomini.

Così Gesù predica "come uno che ha autorità", guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona... cose tutte che, nell'Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: "Chi è costui che...?", e che riguarda l'identità di Gesù, nasce dalla constatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un'autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l'incomprensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce. Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine.

Ed è proprio allora - come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di Marco - che Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che l'uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch'egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l'ha rifiutato, ma per attestare che l'amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono.

La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell'amore. Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell'incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva "caro cardo salutis", la carne (di Cristo) è il cardine della salvezza. Perché l'incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell'amore e nella fedeltà all'Abbà, testimonia l'incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce. Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell'Enciclica.

Sempre nell'editoriale del 7 luglio, Lei mi chiede inoltre come capire l'originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull'incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio.
L'originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell'amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell'unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l'esclusione.

Certo, da ciò consegue anche - e non è una piccola cosa - quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel "dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare", affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell'Occidente. La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il lievito e il sale del Vangelo, e cioè l'amore e la misericordia di Dio che raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana. Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all'uomo, a tutto l'uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là.

Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto? È questo - mi creda - un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l'aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù. Anch'io, nell'amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire, con l'apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all'alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell'alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto.

Vengo così alle tre domande che mi pone nell'articolo del 7 agosto. Mi pare che, nelle prime due, ciò che Le sta a cuore è capire l'atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.

In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità "assoluta", nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant'è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: "Io sono la via, la verità, la vita"? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt'uno con l'amore, richiede l'umiltà e l'apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all'inizio di questo mio dire.

Nell'ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell'uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell'uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio - questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! - non è un'idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell'uomo. Dio è realtà con la "R" maiuscola. Gesù ce lo rivela - e vive il rapporto con Lui - come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell'uomo sulla terra - e per la fede cristiana, in ogni caso, questo mondo così come lo conosciamo è destinato a venir meno - , l'uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l'universo creato con lui. La Scrittura parla di "cieli nuovi e terra nuova" e afferma che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa, Dio sarà "tutto in tutti".

Egregio Dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni, suscitate da quanto ha voluto comunicarmi e chiedermi. Le accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa, all'invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada insieme. La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall'Abbà "a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore" (Lc 4, 18-19).

Con fraterna vicinanza

Francesco



Medjugorje: messaggio del 25 agosto 2013

Un messaggio particolarmente bello, letto durante l'adorazione dedicata a Dio Padre a Fiorentino il 25 agosto 2013
Da notare che don Ivano era proprio in linea con il testo dell'Adorazione
Per tutti noi è stata una grande gioia
In questo testo ho selezionato Verdana, explorer 8.
In questo testo ho selezionato arial 3 nero






















Lettera del Cardinale Caffarra a Maria Grazia, bam

Il Cardinale e la bimba del cassonetto

Il cardinale Caffarra, arcivescovo di Bologna, ha scritto una lettera a Maria Grazia, la neonata abbandonata in un cassonetto.

Cara Maria Grazia, sei stata buttata nei rifiuti sotto la mia finestra, vicino alla mia casa”. Comincia così la lettera che il cardinale Carlo Caffarra ha scritto alla piccola abbandonata giusto una settimana fa in un cassonetto della spazzatura, a pochi metri dal cortile dell’arcidiocesi. L’arcivescovo di Bologna, con queste parole cariche di commozione, interpreta così lo sgomento di tutta la città.


 “Eri diventata qualcosa di troppo, un di più di cui bisognava disfarsi”, continua il cardinale, “come è potuto accadere? Perché non sei stata guardata con gli occhi dell’amore, forse resi ciechi da un indicibile dramma. E quando non guardo l’altro con questi occhi, esso diventa un residuo da cui liberare la realtà. Un rifiuto di cui disfarsi”. Caffarra ricorda poi “i due uomini buoni”, il barista e il garagista, che sabato scorso hanno sentito il pianto flebile della bimba e l’hanno tratta in salvo, pensando si trattasse di un cucciolo abbandonato.

Oggi la neonata che, stando al parere dei medici, al momento dell’abbandono era stata partorita da poco, gode di buona salute. Nei tempi stabiliti dalla legge il tribunale dei minori potrà avviare le pratiche d’adozione. Intanto il personale del Policlinico Sant’Orsola l’hanno chiamata Maria Grazia, dal nome della dottoressa che le ha prestato i primi soccorsi. Gli investigatori invece stanno cercando di dare un nome alla madre e un perché alla tragedia di un abbandono che presenta i tratti di una inaudita crudeltà. La bimba infatti era stata praticamente condannata a morte, all’interno di una borsa chiusa da una zip, in un vicolo chiuso tra le case, dove difficilmente passa qualcuno.          

 “Il tuo vagito vale più di tutti i nostri calcoli egoistici, perché ha gridato che nessuna persona può essere rifiutata”, scrive il cardinale, “ci ha ricordato che l’intero universo è meno prezioso di te, anche quando vagivi in mezzo ai rifiuti: è meno prezioso di una sola persona umana”. La lettera si chiude con un grazie. “Grazie, piccola bambina, perché ascoltando il tuo pianto ho imparato ancora più intimamente cosa significhi essere padre”.               

Non lasciatemi nel cassonetto

Ogni volta che in tv si parla di un bambino abbandonato i cronisti criminalizzano la madre ma non citano la legge sul parto segreto in ospedale nè la possibilità dell'adozione.

L'immagine della giovane donna che esce dai servizi di un Mc Donald di Roma il 28 dicembre scorso dopo aver partorito e abbandonato il suo bambino è sconvolgente. Come niente fosse esce dal bagno lasciando immerso nell'acqua del water un bebè di quasi tre chili. Ma si può provare solo pietà per questa giovane, forse una prostituta, schiavizzata e costretta dai suoi sfruttatori a sbarazzarsi del bambino.

La cronaca ci racconta che le due ragazze che lo hanno trovato e visto per prime non sono riuscite per l'orrore e lo shock a tirarlo subito in salvo. Hanno urlato ed è poi intervenuta una dipendente del fast food che lo ha preso in braccio, lo ha scaldato e ha chiamato l'ambulanza.


Non sappiamo nulla invece della persona che il 19 gennaio ha gettato una neonata in un cassonetto nel centro di Bologna in via Carbonara. Una barista e un garagista che lavorano lì vicino hanno sentito il vagito, Pensavano a un gattino, ma una volta aperto il cassonetto, in un sacchetto chiuso con una zip, c'era la bambina.
Trasportata all'Ospedale Sant'Orsola, alla piccola è stato dato il nome Maria Grazia e sta bene. Presto verrà data in adozione.
Come spesso capita molte le telefonate di persone che vogliono adottare la neonata.

«Gesti di generosità» che fanno piacere - ha commentato la procura - «però le procedure sono fissate dalla legge e competono ai magistrati per i minori».

I mezzi di informazione creano facile indignazione raccontando i casi di abbandoni di bambini appena nati. E' importante però chiederci, come dice Donata Nova Micucci -  Presidente Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie) se quella partoriente disperata potevano essere aiutata: «Sapeva di poter mettere al mondo il  piccolo in ospedale usufruendo della dovuta assistenza sanitaria e in assoluto segreto? Su quali sostegni dopo il parto avrebbe potuto contare? Come mai ancora una volta, i mezzi di informazione oltre a stigmatizzare severamente e giustamente l’accaduto non hanno ricordato la possibilità che ogni donna ha - compreso quelle sposate e le extracomunitarie senza permesso di soggiorno – di partorire in ospedale con la garanzia dell’assoluto anonimato?»  

Le donne che non vogliono riconoscere il proprio neonato hanno infatti diritto di partorire in assoluta segretezza negli Ospedali e nelle altre strutture sanitarie e di essere, quindi, seguite dal punto di vista medico-infermieristico come tutte le altre partorienti assicurando, anche al neonato, le cure di cui necessita.  

Nel caso in cui non avvenga il riconoscimento, l’atto di nascita del bambino è redatto con la dizione “nato da donna che non consente di essere nominata” e l’ufficiale di stato civile, dopo aver attribuito un nome e un cognome, procede entro dieci giorni alla segnalazione al Tribunale per i Minorenni affinché il bambino venga dichiarato adottabile. «In tal modo a pochi giorni dalla nascita» spiega la Micucci «il piccolo viene inserito in una famiglia adottiva, scelta dal Tribunale fra quelle che hanno presentato domanda di adozione al Tribunale stesso: sono circa 500 all’anno i neonati non riconosciuti che, grazie a queste disposizioni, vengono adottati».

Di fronte ai recenti drammatici casi, spesso vengono proposte le culle o le ruote termiche presso gli ospedali: «iniziative come queste non solo sono totalmente inefficaci a realizzare l’obiettivo che i suoi promotori si prefiggono (nessun neonato è stato fino ad ora deposto, subito dopo il parto nelle culle-ruota già attive)» interviene la presidente dell'Anfaa, «ma rischiano di incentivare i parti “fai da te” in ambienti privi della più elementare assistenza sanitaria con gravi pericoli per la salute e la sopravvivenza stessa della donna e del neonato, oltre a deresponsabilizzare le istituzioni nei confronti dei loro obblighi».  

Oltre alla garanzia del diritto al parto in segreto, la legge prevede che siano assistite gratuitamente non solo le gestanti in condizioni di disagio personale, sociale ed economico, comprese quelle che vivono clandestinamente nel nostro paese, ma anche i loro nati riconosciuti o non riconosciuti.

DIRITTI DELLE GESTANTI E DEI LORO NATI
Nota giuridica


In base alla normativa vigente in Italia:

  • la donna ha il diritto di riconoscere o meno il neonato come figlio, diritto che vale non solo per la donna che ha un bambino fuori dal matrimonio ma, ai sensi della sentenza n.171 del 5 maggio 1994 della Corte costituzionale, anche per la donna coniugata ;

  • il diritto alla segretezza del parto  è garantito dai servizi sanitari e sociali coinvolti. Nei casi in cui il neonato non venga riconosciuto, nel suo atto di nascita (che deve essere redatto entro dieci giorni dal parto) risulta scritto: «Figlio di donna che non consente di essere nominata». L’ufficiale di stato civile attribuisce al neonato un nome ed un cognome, procede alla formazione dell’atto di nascita e  alla segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni per la dichiarazione dello stato di adottabilità. Con la pronuncia dell’adozione il minore (dopo un anno di affidamento preadottivo) assume il cognome degli adottanti di cui diventa figlio legittimo e cessano « i rapporti dell’adottato verso la famiglia d’origine, salvo i divieti matrimoniali» (articolo 27, comma 3 della legge 184/1983);

  • il Tribunale per i minorenni può inoltre (v. articolo 11 della legge 184/1983 ) disporre la sospensione dello stato di adottabilità per un periodo massimo di due mesi, su richiesta  di chi afferma di essere uno dei genitori biologici «sempre che nel frattempo il bambino sia assistito dal soggetto di cui sopra o dai suoi parenti fino al quarto grado permanendo comunque un rapporto con il genitore naturale». Se il neonato non può essere riconosciuto perché il o i genitori hanno meno di 16 anni, l’adottabilità può essere rinviata anche d’ufficio dal Tribunale per i minorenni fino al compimento dei sedici anni di almeno uno dei genitori; un’ulteriore sospensione di due mesi può essere concessa al compimento del 16° anno di età dallo stesso Tribunale per i minorenni. 

Le competenze istituzionali

  • La legge 6 dicembre 1928 n. 2838 stabilisce che le Amministrazioni provinciali devono assistere i fanciulli esposti, i figli di ignoti ed i bambini nati fuori dal matrimonio riconosciuti dalla madre e in condizione di disagio socio-economico. È altresì previsto che «nelle Province, nelle quali lo consiglino le condizioni locali, l’assistenza del fanciullo deve, ove sia possibile, avere inizio all’epoca della gestazione della madre».

  • Ai sensi del 5° comma dell’articolo 8 della legge 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” alle Regioni è stato attribuito il compito di disciplinare il trasferimento ai Comuni o ad altri enti locali delle funzioni di cui alla legge 6 dicembre 1928 n. 2838 concernente le prestazioni obbligatorie relative alle gestanti e madri, ai nati fuori dal matrimonio, ai bambini non riconosciuti, nonché ai ciechi e sordi poveri rieducabili (così definiti dal regio decreto 383/1934). Con la legge di cui sopra le Regioni devono, inoltre, definire il passaggio ai Comuni o ad altri enti locali delle risorse umane, finanziarie e patrimoniali occorrenti per l’esercizio delle succitate funzioni.
  • Ai sensi dell’articolo 93 del decreto legislativo 30 giugno 2003 n. 196 “Codice in materia di protezione dei dati personali” il certificato di assistenza al parto o la cartella clinica in cui siano contenuti dati personali che rendono identificabile la donna che non ha riconosciuto il proprio nato, possono essere rilasciati in copia integrale a chi vi ha interesse in conformità della legge, solamente dopo che siano decorsi cento anni dalla formazione del documento.  



DVD del pellegrinaggio a Medjugorje nel 2012

Devoti a Maria
26/01/2013

Dopo varie peripezie "tipografiche", per superare le quali abbiamo sopperito con la buona volonta alla limitata conoscenza professionale dei programmi di editing e stampa, è ora disponibile il cofanetto che contiene 2 DVD con i video e le foto del pellegrinaggio a Medjugorje nel maggio - giugno 2012.

I video e le foto sono stati montati, in maniera mirabile, dall'amico Maurizio, utilizzando le musiche di Medjugorje: una esperienza toccante, per chi ci è già stato, o un viaggio virtuale in Bosnia, per chi ci deve ancora andare.

Il DVD non ha prezzo, è disponibile per gli iscritti al Gruppo con una semplice offerta libera, il cui ricavato sarà utilizzato per il completamento del Sito. Per poter ordinare la vostra copia contattateci con una email all'indirizzo
devotiamaria.sm@gmail.com.








Salviamo Asia Bibi

Devoti a Maria
12/01/2013

Salviamo Asia Bibi!
Cari Devoti, uniamoci anche noi al coro di richieste che provengono da tante parti del mondo, per chiedere la liberazione di Asia Bibi, una donna cristiana, moglie e madre, condannata a morte nel suo paese, il Pakistan, per blasfemia. E se possiamo, facciamo ancora di più.
Leggi i dettagli nella sezione “In evidenza”.



Dall'illusione alla verità - Testimonianza di Glor

Devoti a Maria
31/12/2012

Nella sezione "documenti", capitolo "Libri", sia il testo, che un breve commento di questa testimonianza.

Adozione spirituale del bambino concepito

Devoti a Maria
28/12/2012

Scopri questa nuova iniziativa dei Devoti e contribuisci con la tua preghiera a combattere l'aborto. Vai alla sezione "In evidenza".






Il tuo santo per il 2013

Devoti a Maria
19/12/2012

Scoprite questa bellissima pratica consigliata da Suor Emmanuel di Medjugorje nella sezione "In evidenza".
Provateci e vedrete che diventerà, anche per voi e per la vostra famiglia, una tradizione bellissima.