XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

17 novembre 2013

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)
Lc 21,5-19

E' capitato forse a più di qualcuno, e magari anche più di una volta, di venire, per così dire, "disturbato" dal solito guastafeste, nel bel mezzo di una esperienza piacevole che si sta godendo. Guasta feste capaci di condire i suoi discorsi con espressioni velenose, della serie "non ti illudere, non sai quello che ti aspetta", "adesso ti sembra tutto bello, ma lascia passare qualche tempo e vedrai". In genere si rimane senza parole e allibiti di fronte a questi pompieri della gioia come potrebbe accadere a chi gli viene tolta la sedia di sotto proprio nel momento in cui si sta sedendo. Insomma più di qualcuno deve aver fatto la brutta esperienza dell'incontro con queste persone fornitissime di estintori della gioia...

Il brano di vangelo di oggi fotografa proprio questa situazione. Racconta infatti di gente intenta a decantare lo splendore del tempio di Gerusalemme che viene drasticamente disturbata nel bel mezzo di questa forte emozione. Ma a differenza di quanto succede normalmente ai più e cioè di rimanere allibiti e senza parole (e magari prendendo a male parole il guasta feste) questa gente interroga Gesù che aveva appena sbriciolato il loro stupore con quel "verranno giorni in cui tutto quello che ammirate sarà distrutto". E questa gente interroga Gesù con una domanda realistica e pertinente, una domanda che suppone una fiducia totale nel Gesù guastafeste, una domanda che fa supporre che la sua fama non fosse proprio quella di un guastafeste. Infatti Gesù non è un catastrofista o un guastafeste e risponde con una risposta lunga e articolata e, a ben considerare, di altro e alto livello rispetto alla domanda di più basso livello postagli da quella gente.

Gesù non rimane al livello della informazione che gli viene chiesta, non si ferma alla superficie delle cose, ma va al profondo e pur descrivendo quel che accadrà al di "fuori" dell'anima (segni, catastrofi, disastri che farebbero perdere la speranza a chiunque...) si premura di vigilare sul "dentro" dell'anima. Rilassante e confortante quel "fate attenzione a non essere ingannati" e quel "non abbiate paura". Non si dovrà avere paura neppure quando la "disgrazia" toccherà da vicino, al punto da venire chiamati in giudizio e condannati a causa del suo Nome.

Anche allora suonerà come musica per le orecchie dell'anima quel "ritenete per sicuro che non vi dovete preoccupare"... Certo sarà dura, anzi durissima soprattutto quando addirittura i propri consanguinei remeranno contro e ci odieranno... ma "ma neppure un capello del vostro capo sarà perduto".
E così, la martellante serie di raccomandazioni a non aver paura di niente, si chiude con un apprezzamento formidabile rivolto a chi saprà vivere di perseveranza e con il solito paradossale e quasi minaccioso monito "chi perderà la propria vita la salverà, chi vorrà salvare la propria vita la perderò". Qualche ricercatore attento ha scoperto che il monito a "non aver paura" ricorre per ben 365 volte nel testo della Bibbia. Quando Gesù insegnerà a pregare come Dio comanda inventerà su due piedi il Padre nostro dove si recita "dacci oggi il nostro pane quotidiano". Questa insistenza sul "presente" (che qualcuno ha definito "il punto di contatto tra l'eternità e il tempo" mettendo in guardia contro la subdola tentazione di preoccuparsi del domani...) ci obbliga ad una serenità quotidiana nel modo di vivere il proprio tempo... appunto perché nutriti dal "Pane" fresco di giornata e da quell'integratore e tonificante dell'anima costituito dalla speranza gioiosa.
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