30 novembre 2014 - I Domenica di Avvento (Anno

30 novembre 2014

I Domenica di Avvento (Anno B)

Avvento è un tempo di incamminati: tutto si fa più vicino, Dio a noi, noi agli altri, io a me stesso. In cui si abbreviano distanze: tra cielo e terra, tra uomo e uomo, e si avviano percorsi. Nel Vangelo di oggi il padrone se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi, a ciascuno il suo compito (Marco 13,34). Una costante di molte parabole, dove Gesù racconta il volto di un Dio che mette il mondo nelle nostre mani, che affida le sue creature all'intelligenza fedele e alla tenerezza combattiva dell'uomo.

Ma un doppio rischio preme su di noi. Il primo, dice Isaia, è quello del cuore duro: perché lasci indurire il nostro cuore lontano da te? La durezza del cuore è la malattia che Gesù teme di più, la "sclerocardìa" che combatte nei farisei, che intende con tutto se stesso curare e guarire. Chi ha il cuore dolce sarà perdonato. Il secondo rischio è vivere una vita addormentata: che non giunga l'atteso all'improvviso trovandovi addormentati. Il Vangelo ci consegna una vocazione al risveglio, perché «senza risveglio, non si può sognare.

Rischio quotidiano è una vita dormiente, incapace di cogliere arrivi ed inizi, albe e sorgenti; di vedere l'esistenza come una madre in attesa, gravida di luce; una vita distratta e senza attenzione. Vivere attenti. Ma a che cosa? Attenti alle persone, alle loro parole, ai loro silenzi, alle domande mute, ad ogni offerta di tenerezza, alla bellezza del loro essere vite incinte di Dio. Attenti al mondo, nostro pianeta barbaro e magnifico, alle sue creature più piccole e indispensabili: l'acqua, l'aria, le piante.

Attenti a ciò che accade nel cuore e nel piccolo spazio di realtà in cui mi muovo. Noi siamo argilla nelle tue mani. Tu sei colui che ci dà forma. Il profeta invita a percepire il calore, il vigore, la carezza delle mani di Dio che ogni giorno, in una creazione instancabile, ci plasma e ci dà forma; che non ci butta mai via, se il nostro vaso riesce male, ma ci rimette di nuovo sul tornio del vasaio. Con una fiducia che io tante volte ho tradito, che Lui ogni volta ha rilanciato in avanti.

30 novembre 2014

I Domenica di Avvento (Anno B)

Is 63,16-17.19; 64,2-7 / Sal 79 / 1Cor 1,3-9 / Mc 13,33-37

 

Attesa nell'amore e nella gioia

 

Gesù Cristo, nostro Signore, al suo primo avvento nell'umiltà della nostra natura umana portò a compimento la promessa antica e ci aprì la via dell'eterna salvezza. Verrà di nuovo nello splendore della gloria e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell'attesa".

Il tempo di Avvento segna l'inizio dell'anno liturgico. E' preparazione alla celebrazione della grazia del Natale all'insegna della vigilanza e della preghiera, unendo la celebrazione liturgica della prima venuta, già realizzata, con l'attesa della venuta definitiva di Cristo, alla fine dei tempi e, per ciascuno, alla fine della vita.

Gesù stesso nel vangelo ci dice: "Fate attenzione, vegliate, perché non sapete né il giorno né l'ora: vegliate dunque", perché non vi trovi addormentati, o inoperosi o implicati nel male.

La vigilanza e la preghiera le viviamo nella pace e nella gioia: E' il Signore che viene, per ciascuno, per le nostre famiglie, per questa comunità parrocchiale, per il mondo. Nelle situazioni delicate e difficili del mondo, noi invochiamo il Signore e Lui viene davvero. Abbiamo un esempio di questa preghiera profonda e sincera nella prima lettura, dove il profeta a nome di tutto il popolo, implora perdono e salvezza. Il Signore non solo ha ascoltato ed esaudito con qualche grazia, ma dando il suo stesso Figlio, come manifestazione del suo amore infinito e tutti in Lui siamo salve per sempre.
Gesù ci dice: "Vegliate".

Noi al mattino facciamo suonare la sveglia per svegliarci e per non alzarci tardi. La Parola di Dio ci dice: Vegliate: state svegli, state attenti, vigilate!

Cosa significa essere svegli? Pensate all'autista di un camion o di una macchina: un autista deve essere sempre sveglio, per fare bene il proprio viaggio, per non incorrere in pericoli che sarebbero gravissimi.

Noi dobbiamo essere svegli, attenti, vigilanti, perché viene il Signore.
Noi aspettiamo questa venuta. C'è sempre l'attesa e la preparazione dell'incontro finale e definitivo con il Signore.

E questo non deve essere un pensiero triste, ma un pensiero di speranza, di gioia. E' bello pensare che al termine della nostra vita il Signore ci aspetta a braccia aperte. Noi sappiamo dove stiamo andando: non sappiamo quando, ma sappiamo dove: nella braccia del Padre nostro che è nei cieli. Questo ci commuove. Noi sappiamo che la nostra vita, a volte travagliata, a volte con prove e sofferenze, questa nostra vita avrà una conclusione felice. Sappiamo che il Signore ci attende per darci la vita che non avrà più fine, nella pace e nella gioia, nella pienezza del suo amore. Quando si sa perché si vive, vale la pena vivere e vivere nel modo migliore. La fede dà questo senso pieno all'esistenza, altrimenti saremmo tentati tante volte di disperazione. Questa attesa del Signore ringiovanisce la nostra vita, ci fa sentire come bambini che hanno tutto il loro futuro davanti. Per noi, anche a 80 anni e più, il futuro è avanti, la nostra piena realizzazione deve ancora arrivare. E se fisicamente sono calate le forze, ci è dato il tempo della vigilanza, della preghiera, della preparazione, dell'amore, in attesa dell'Incontro e dell'abbraccio con il Signore.