2 novembre 2014 - Commemorazione di Tutti i Fedel

2 novembre 2014

Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti (Messa I)
Gb 19,1.23-27a / Sal 26 / Rm 5,5-11 / Gv 6,37-40

 

Nel giorno della loro commemorazione, ricordiamo a noi stessi i nostri defunti con affetto e gratitudine. E ricordiamo a Dio tutti i defunti con la preghiera di suffragio. Ma è anche l'occasione per pensare alla nostra morte. Non sappiamo quando, ma è certo che verrà. Come dice sant'Agostino: "Quando un uomo nasce si possono fare ipotesi diverse: forse sarà bello, forse sarà brutto; forse sarà ricco, forse sarà povero; forse vivrà a lungo, forse non vivrà a lungo. Ma non si dice mai per nessuno: forse morirà, forse non morirà. Questa è l'unica cosa assolutamente certa".

Siamo certi di morire. La paura della morte è un tarlo che rode dentro in contrasto con l'istinto di conservazione, il più potente tra tutti. È l'insopprimibile desiderio di vita. Oggi la morte degli uomini che ci sono estranei viene banalizzata, fatta oggetto di curiosità o di crudo spettacolo. Invece è tabù parlare della propria morte e di quella dei propri cari. I bambini sono tenuti lontani dal nonno che muore. Si muore nella solitudine e non circondati dall'affetto e dalla preghiera dei familiari. Spesso i riti funebri vengono ridotti al minimo. Al più ci si preoccupa della sofferenza che di solito precede la morte, ma non della condizione in cui si va incontro con la morte.

Anche se non la pensiamo, la morte si avvicina inesorabile: ogni giorno è più vicina. Ed è stoltezza non pensarci, come ha scritto Pascal mettendo a nudo l'assurdità dell'indifferenza di chi vive senza porsi domande e cercare risposte.

"Conosco una cosa sola, che presto devo morire. Ma ciò che ignoro di più è proprio questa morte che non posso evitare... So soltanto che, uscendo da questo mondo, cado per sempre nelle mani di Dio... Non ci sono che tre categorie di persone: quelle che servono Dio, perché l'hanno trovato; quelle che si impegnano a cercarlo, perché non l'hanno trovato; quelle che vivono senza averlo trovato e senza cercarlo. Le prime sono ragionevoli e felici; le seconde sono infelici e ragionevoli; le ultime sono stolte e infelici... Uomini indifferenti... quando invece nei riguardi di tutte le altre cose temono anche le più insignificanti, le prevedono, le sentono; e lo stesso uomo che passa tanti giorni e tante notti nella rabbia e nella disperazione per la perdita di una carica o per qualche supposta offesa al suo onore, proprio lui sa che alla morte perderà tutto".

Pensare alla propria morte è indispensabile per morire bene e prima ancora per vivere bene. Il cristiano non ha paura di guardare in faccia la morte. Le va incontro con fiducia consegnandosi nelle mani di Dio infinitamente misericordioso. Gesù illumina il nostro destino: "Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna. E io lo risusciterò nell'ultimo giorno".

 

Non piangete sulla mia tomba.

Io non sono lì, non sto dormendo.

Io sono i mille venti che soffiano,

Sono i riflessi di diamante sulla neve,

Sono la luce del sole sul grano maturo,

Sono la pioggia dell'autunno gentile.

Quando vi svegliate nel silenzio del mattino,

Io sono il cinguettare e il volo degli uccelli,

Sono le stelle che brillano di notte.

Non piangete sulla mia tomba,

Io non sono lì, non sono morto.

 

 

Per il cristiano questa speranza è una persona: Gesù. Non si tratta più solo di un desiderio segreto ma della certezza che Gesù ci resuscita nell'ultimo giorno. Tutto ciò che il Padre mi dà io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Il Padre ci attira al Figlio e ci inserisce nel mistero Pasquale, nella morte e resurrezione del suo Figlio, per risorgere anche noi con lui.
La resurrezione però non è solo un evento finale, degli ultimi tempi. Inizia già adesso, come dice San Paolo, usando tre parole:

 

1. Siamo riconciliati. Sono perdonati i nostri peccati, il nostro male che produce in noi tristezza è sconfitto per sempre per mezzo del sangue di Gesù, cioè della sua morte per amore nostro.


2. Siamo salvati. La morte di Gesù è in funzione della vita, di una vita "per sempre" che si chiama salvezza. Si tratta di vivere la vita stessa di Dio, che ora può fluire in noi in pienezza, senza più l'ostacolo del peccato e del male.
ci gloriamo. Questa comunione d'amore è anche una gloria particolare, che ci rende famosi, perché concittadini dei santi, di una città dove per ogni nuovo entrato c'è un grido di gioia, di esultanza e di festa.

Ogni volta che un bambino viene battezzato si invoca il nome del suo patrono per celebrare un grande evento, un nuovo santo è entrato a far parte di una grande comunità, e un tifo da stadio lo accoglie e lo incita a lottare con tutte le forze, per corrispondere al dono della santità che egli ha appena ricevuto. Ogni volta che un adulto si converte e ritrova la fede che aveva abbandonato, per distrazione o superficialità, il cielo esulta perché la fama di un nuovo santo ha appena raggiunto tutti gli estremi confini dell'universo celeste. Ogni volta che un uomo muore la gloria dei santi si affretta ad incoronare colui che, passando attraverso il mistero della morte, è entrato improvvisamente in comunione con il Figlio Gesù e viene accolto dall'abbraccio del Padre.